Ultima modifica: 10 Dicembre 2009

Visita al monastero dei benedettini

Il 10 dicembre 2009 le classi prime della scuola secondaria di
primo grado si sono recate in visita guidata al monastero dei
benedettini di Catania

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San Nicolò l’Arena o San Nicola l’Arena è un complesso monastico situato nel centro storico di Catania e costituito da un importante monastero benedettino e da una monumentale chiesa settecentesca. Con la sua superficie complessiva di oltre 100.000 metri quadri, è considerato il secondo più grande in Europa, dopo quello di Mafra in Portogallo.

Intorno alla seconda metà del XII secolo, sulle pendici dell’Etna, venne eretta una cappella e un ricovero per i monaci infermi dei vicini monasteri di Santa Maria di Licodia e San Leone del colle Pannacchio, nei pressi di Paternò. In seguito per volere di Federico III di Aragona, vi si costruì il monastero, che venne costituito sede principale dei cenobi, prendendo la denominazione di San Nicolò la Rena per la devozione dei monaci a San Nicola di Bari e per la caratteristica terra sabbiosa (rena o arena, “sabbia”, in castigliano) che ricopriva la zona.

Attorno al monastero prese ben presto forma il paese di Nicolosi.Il cenobio negli anni si espanse superando in importanza quello di Licodia (a testimonianza di ciò basti ricordare le numerose visite delle regine Eleonora d’Angiò e Bianca di Navarra e il favore sempre avuto dai regnanti a partire da Federico III) e accumulò notevoli ricchezze. Nel 1506, entrò a far parte della Congregazione Cassinese. Ma le scorribande di briganti che imperversavano nella zona (i cosiddetti bravi), favorite dal relativo isolamento di questo come del cenobio di San Leone, unite al clima rigido dell’Etna, spinsero i monaci a richiedere insistentemente il trasferimento a Catania, città munita e dunque più sicura e in più molto ben disposta ad accogliere una congregazione così ricca e importante, detentrice della reliquia del Santo Chiodo, molto venerata dai catanesi, che avrebbe aumentato notevolmente la ricchezza e il prestigio della città.

L’eruzione del 1536-1537, che distrusse il monastero di San Leone, accelerò i tempi: i due cenobi superstiti, quello di Nicolosi e quello di Santa Maria di Licodia, con i monaci di San Leone che vi si erano rifugiati, ottennero il permesso di trasferirsi dentro le mura della vicina città demaniale.I monaci Benedettini, trasferiti nel XVI secolo a Catania, ottennero il permesso di costruire la nuova sede del monastero entro le mura della città, nei luoghi attuali, allora detti della Cipriana e del Parco.

Iniziata la costruzione nel 1558 alla presenza del Viceré di Sicilia Giovanni Della Cerda, duca di Medinaceli, fu occupato dai monaci, ancora incompleto nel 1578 e, poco dopo, venne iniziata anche la costruzione della chiesa. Nel corso del XVII secolo, con l’aumentare delle ricchezze a disposizione del cenobio, chiesa e monastero furono dotati di apparati sempre più fastosi, come nel grande chiostro sistemato nel 1608 con colonne di marmo bianco e ricchi ornamenti. Nel 1669, in seguito ad una devastante eruzione dell’Etna, la colata raggiunse ed accerchiò Catania lambendo le mura del cenobio e lesionandolo, mentre una lingua di lava, staccandosi dalla principale, distrusse la chiesa di San Nicolò. In seguito ai danni dell’eruzione, i benedettini diedero vita ad un’imponente opera di ristrutturazione e completamento (con l’aggiunta fra l’altro della monumentale fontana marmorea nel chiostro) e in contemporanea fu avviata la costruzione della chiesa di San Nicolò, iniziata nel 1687 su progetto dell’architetto romano Giovan Battista Contini.

L’11 gennaio 1693, il terremoto che distrusse quasi interamente la città di Catania provocò anche il crollo del monastero benedettino e la morte della maggior parte dei monaci. Le strutture della chiesa, ancora in corso di costruzione, furono risparmiate, ma i lavori furono interrotti per circa vent’anni.Inizialmente i monaci superstiti cercarono di trasferire il cenobio nella vicina località di Montevergine e lì cominciarono persino a costruire il nuovo monastero, ma costretti dal senato cittadino ritornarono alla Cipriana nel 1702 e cominciarono la ricostruzione sulle strutture superstiti. Il progetto fu affidato al messinese Antonino Amato, che ideò un impianto ancor più monumentale del precedente, certo in sintonia con le idee di ricchezza e grandiosità dei monaci stessi. L’impianto cinquecentesco originale fu ampliato ad oriente con la costruzione di un secondo chiostro accanto al più antico, mentre altri due chiostri avrebbero dovuto chiudere simmetricamente il complesso a nord sull’altro fianco della chiesa.

Nei successivi venti anni furono completati gli intagli in pietra dei prospetti principali ma i lavori di costruzione, ampliamento e decorazione si continuarono per tutto il XVIII secolo, prima con il chiostro di marmo, dove furono rimesse in opera le colonne seicentesche e la fontana, poi con l’ampliamento a nord ad opera degli architetti Francesco Battaglia e Giovan Battista Vaccarini. Se al primo si deve l’avvio del prolungamento settentrionale verso l’alto banco lavico dell’eruzione del 1669, al secondo spetta la rottura della originaria simmetria progettuale: le sale comuni e di rappresentanza del monastero, occuparono infatti l’area del terzo chiostro, preludio al definitivo abbandono del grandioso progetto originale.

L’opera del Vaccarini fu completata dopo il 1747 dal Battaglia, che si occupò anche di altre opere all’interno del complesso: il ponte verso la flora benedettina (ossia il giardino dei monaci ricavato sul banco lavico ad est del complesso e oggi occupato dall’ospedale Vittorio Emanuele), il coro di notte, la continuazione dei lavori della chiesa (interrotti a causa di crolli e cedimenti strutturali nel 1755). Nel 1767, nel presbiterio della chiesa veniva inaugurato il grande organo di Donato Del Piano, ma occorsero ancora molti anni prima che venisse voltata l’intera navata. Solo nel 1780 Stefano Ittar portò a termine la cupola mentre la facciata progettata da Carmelo Battaglia Santangelo rimase incompiuta. Sempre Ittar si occupò anche della sistemazione spaziale del piano antistante la chiesa, l’attuale piazza Dante, progettando nel 1769 la grande esedra con i tre monumentali palazzi, non solo per questioni estetiche e religiose (la piazza era teatro di varie feste religiose, soprattutto quella del Santo Chiodo) quanto come avvio del necessario risanamento del quartiere circostante, il cosiddetto Antico Corso, fra i più poveri e malsani della città.

A questo punto gran parte del monastero e della chiesa era già completata e i monaci si dedicarono nei decenni successivi alla decorazione interna degli ambienti, a dotare di marmi pregiati e dipinti le cappelle, a mettere insieme quelle grandi collezioni artistiche, archeologiche, librarie, naturalistiche e scientifiche, che resero famoso in tutta Europa il monastero.Intorno al 1840, venivano affidati all’ingegnere Mario Musumeci i lavori di completamento dei chiostri, ultimi interventi architettonici di rilievo prima dell’incameramento al demanio dell’intero complesso nel 1866. Il monastero di San Nicolò l’Arena fu infatti interessato dalle leggi di soppressione delle corporazioni religiose e i monaci furono costretti a lasciare l’edificio: nel 1867 avvenne il passaggio dell’intero complesso dall’ultimo abate Giuseppe Benedetto Dusmet, divenuto quello stesso anno arcivescovo di Catania, alle istituzioni cittadine. Negli anni successivi, il grande complesso fu adibito a vari usi e frazionato in più parti. Ospitò caserme, scuole e istituti tecnici, per un certo periodo anche il Museo Civico (poi trasferito al Castello Ursino), l’osservatorio astro-fisico del professor Pietro Tacchini,nonché il laboratorio di geodinamica di Annibale Riccò, ma soprattutto divenne sede della Biblioteca Civica di Catania formatasi a partire da quella benedettina e, con i successivi ampliamenti, divenuta l’odierna istituzione delle Biblioteche Riunite Civica e Ursino Recupero.Danneggiato dai bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale, l’intero complesso, esclusa la chiesa di San Nicolò restituita ai Benedettini, fu infine ceduto all’Università degli Studi di Catania che avviò subito un vasto progetto di recupero e restauro condotto dal professore e architetto Giancarlo De Carlo. Tale progetto ha reso possibile l’adeguamento dell’antico complesso monastico a sede delle Facoltà di Lettere e Filosofia e Lingue e Letterature Straniere dell’Università degli Studi di Catania.La chiesa di San Nicolò, una delle più grandi della Sicilia con i suoi 105 metri di lunghezza e 48 di larghezza, fu costruita su progetto dell’architetto romano Giovanni Battista Contini (1641-1723) a partire dal 1687. Il progetto rivela gli intenti funzionali e celebrativi dell’ordine. Da un lato, infatti, l’enorme superficie occupata dall’edificio religioso doveva servire ad accogliere quanti più fedeli possibili durante le feste religiose, soprattutto quella del Santo Chiodo, in settembre; dall’altro, la grandezza e la monumentalità del tempio dovevano evidenziare la potenza e la ricchezza raggiunte dal cenobio catanese. Ovvio esempio a cui ispirarsi per concretizzare tutte queste premesse, era la Basilica di San Pietro a Roma, di cui non poteva ovviamente non tener conto un architetto romano come il Contini, allievo di Carlo Fontana e di Gian Lorenzo Bernini, nonché principe dell’Accademia di San Luca. E i riferimenti alla basilica vaticana sono ben riconoscibili: nei pilastri che reggono le navate, con le paraste corinzie e i cornicioni plasticamente rilevati, nelle finestre, che riecheggiano motivi prettamente romani, e, infine, soprattutto nella pianta a croce latina e a tre navate, con transetto e cupola all’incrocio dei bracci, con cappelle laterali e sulle absidi del transetto, un coro sopraelevato molto profondo per accogliere gli stalli dei monaci. Le navate divise da grandi arcate, con tutte le volte poste alla stessa altezza, con la luce forte e diffusa, proveniente dalle alte finestre, sui lati e in facciata, e ulteriormente accentuata dall’alta cupola, permette di abbracciare con uno sguardo l’intera superficie della chiesa fino all’altare maggiore, con le sole cappelle laterali poco più in ombra, a suggerire una spazialità e monumentalità maggiori.

Le cappelle laterali sono tutte rivestite di marmi pregiati e di esse, infatti, si occuparono con particolare attenzione i monaci e gli abati del convento, che non solo fecero arrivare marmi da tutta Italia, ma anche per le pale d’altare si rivolsero a pittori non siciliani, o comunque attivi a Roma: Bernardino Nocchi (1741-1812) e Stefano Tofanelli (1752-1812), entrambi lucchesi, Vincenzo Camuccini (1771-1844), romano, Mariano Rossi (1731-1807), originario di Sciacca ma di formazione napoletana e romana, Ferdinando Boudard (1760-1825), di Parma.Stefano Ittar, subentrato al cognato Francesco Battaglia dopo che la navata destra nel 1755 aveva subito alcuni cedimenti strutturali, innalzò entro il 1780 la grande cupola all’incrocio fra navata e transetto. La cupola è alta all’interno 62 metri e domina l’intera città. Da alcuni anni è in restauro.Dal lato sinistro del transetto si accede alla sacrestia, opera di Francesco Battaglia, e al Sacrario dei Caduti, ricavato in alcuni locali dietro l’abside maggiore e sotto alcune aule del monastero. Il sacrario ospita le lapidi a ricordo dei caduti della Prima Guerra Mondiale ed è ornato dagli affreschi di Alessandro Abate, fortemente degradati a causa dell’umidità, mentre la sacrestia, con gli stalli lignei settecenteschi e gli affreschi di Giovan Battista Piparo comunica col chiostro orientale da cui prende luce.Confiscata dal governo unitario nel 1866, sconsacrata durante l’ultima guerra mondiale e danneggiata dai bombardamenti, successivamente riconsacrata e dal 1989 ritornata ai benedettini, la chiesa è stata oggetto di numerose campagne di restauro e consolidamento, compresi i lavori di restauro della cupola tuttora in corso, ma versa ancora in condizioni di degrado.L’organo

 

L’area presbiteriale con l’abside è caratterizzata dal grande altare, dagli stalli lignei del coro scolpiti dal palermitano Nicolò Bagnasco e dal grande organo di Donato del Piano (1704-1785) in fondo all’abside. Questi lavorò per dodici anni (dal 1755 al 1767) a questo enorme strumento con 2916 canne in legno e lega di stagno, sei mantici, cinque tastiere e settantasei registri che poteva riprodurre qualsiasi strumento musicale ed essere suonato in contemporanea da tre organisti.

Rimasto in funzione fino ai primi decenni del XX secolo, l’organo attraversò poi un periodo di totale abbandono, ulteriormente aggravato dai bombardamenti alleati del 1943, che danneggiarono la chiesa. Fu solo nel 1998 che con decreto ministeriale furono stanziati i fondi necessari al restauro, operato dalla ditta organaria Mascioni e rivelatosi fin dall’inizio molto difficile e lungo a causa tanto dell’incuria dell’uomo e dei saccheggi subiti, quanto dei materiali in cui era stato fatto lo strumento, facilmente degradabili.

Gli interventi si protrassero fino al 2004 quando, rimontato nell’abside di San Nicola, tornò nuovamente a suonare dopo oltre cinquant’anni di silenzio.

Nel transetto si trova la grande meridiana che due famosi astronomi, il tedesco Wolfgang Sartorius von Waltershausen e il danese Christian Peters tracciarono sulla pavimentazione a partire dal 1839. In realtà, già da molto tempo si pensava a dotare la chiesa di una meridiana, ma i progetti precedenti patrocinati da vari abati non riuscirono ad andare in porto e fu solo con l’abate Giovan Francesco Corvaja che la meridiana fu effettivamente realizzata. Grandi furono le lodi che ricevette quest’opera al suo completamento nel 1841, tanto per le dimensioni quanto per il valore dei materiali e delle finiture, ma soprattutto per la precisione ed arditezza dei calcoli; si disse infatti che essa spaccava il secondo. Lo gnomone, ossia il foro praticato sulla volta del transetto, sta a 23 metri, 91 centimetri e 7 millimetri di altezza, mentre sulla fascia marmorea, il cui tracciato si estende per circa 40 metri tra le due cappelle di San Benedetto da Norcia e San Nicola di Bari alle due estremità del transetto, sono segnate le ore, i giorni e i mesi, nonché i segni zodiacali e varie iscrizioni che forniscono notizie sull’opera, sui suoi ideatori, sull’interpretazione corretta di tutti i dati, sui rapporti tra le varie unità di misura in uso al tempo.

La facciata su piazza Dante fu cominciata su progetto di Carmelo Battaglia Santangelo, nipote e allievo di Francesco Battaglia, che aveva vinto il concorso bandito dal cenobio nel 1775. Il progetto, un ibrido un po’ goffo tra l’ormai provinciale e pretenzioso tardo barocco siciliano e il più lineare neoclassicismo che trovava sempre più largo consenso anche nell’élite isolana, appare piuttosto freddo, con le otto poderose colonne libere che scandiscono la facciata, i tre grandi portali con le finestre balaustrate soprastanti e il timpano centrale, tutto elaborato in una scala grandiosa che non ha eguali in città e che si adegua alle dimensioni altrettanto grandiose della stessa chiesa. Complici i problemi tecnici che la costruzione comportava e la precaria situazione finanziaria dei monaci, più inclini a render maggiormente comodi e sfarzosi gli ambienti del monastero e la vita che vi si conduceva, piuttosto che la loro chiesa, la facciata fu innalzata solo parzialmente lasciando le colonne a metà e il tutto privo della trabeazione di coronamento con un timpano al centro, prevista dal progetto. Nel 1796, l’architetto firmava il finestrone centrale, ma a quel punto i lavori venivano interrotti definitivamente.Il monastero

Gli edifici monastici di San Nicolò l’Arena occupano un’area enorme, che cinge su tre lati la grande chiesa, e che nonostante i cambiamenti subiti nell’ultimo secolo è ancora perfettamente riconoscibile. Il Monastero appare infatti diviso dal resto della città, di cui costituiva l’estremità occidentale, da un alto muro di cinta su cui si aprono i due portali principali : il primo a nord, divenuto alla fine del XIX secolo imbocco di via Biblioteca, è situato in fondo alla via Clementi, continuazione della via di Sangiuliano, in origine chiamata via Lanza, in onore del duca Giuseppe Lanza di Camastra che l’aveva tracciata subito dopo il terremoto del 1693. Il secondo, affacciato su piazza Dante, in corrispondenza dell’antico monastero cinquecentesco, di cui i monaci avevano cominciato la ricostruzione dopo il grande sisma. Da questo secondo portale si accede all’enorme corte esterna che aveva più funzioni, principalmente di filtro tra il mondo esterno laico e quello religioso dell’edificio. Addossati al muro di cinta erano vari locali di servizio comprese le cavallerizze (scuderie), le stalle e le carretterie (rimesse per i veicoli). Circondato da questo grande cortile sorge in tutta la sua imponenza il monastero vero e proprio, celebrato da Patrick Brydone, in viaggio in Sicilia nel 1773, che lo definì Versailles siciliana. Esso presenta un basso piano terreno, con porte che si affacciano sul cortile, su cui poggiano i due piani principali. La costruzione del piano terreno, non appartenente alla tradizionale modalità costruttiva delle congregazioni religiose catanesi, fu dovuta alla volontà di allineare il secondo piano al livello del banco lavico del 1669, alto circa dodici metri, dove, nei progetti dell’ambizioso cenobio, dovevano sorgere la altre ali del palazzo. La soluzione, unita al filtro costituito dal muro di cinta che isolava il cenobio dalla città, comportò però anche numerosi accorgimenti, tanto funzionali quanto decorativi, che rendono ulteriormente originale nel panorama degli edifici monastici catanesi quello benedettino di San Nicolò; il primo piano risultò infatti gerarchicamente simile al secondo, presentando anch’esso grandi balconi alle finestre e una maggiore apertura verso l’esterno tutt’altro che monastica. Le due facciate meridionale ed orientale dispiegano nelle loro superfici tutto il repertorio tardobarocco e churrigueresco dei maestri lapicidi accorsi a Catania da tutta la Sicilia per prender parte alla ricostruzione. Una infinita serie di volute, fiori, frutti, mascheroni mostruosi, putti, e ninfe che adornano le mostre delle finestre e i balconi mentre le paraste giganti, bugnate a punta di diamante e coronate da capitelli corinzi, denunciano la loro natura essenzialmente ornamentale nel cornicione sovrastante che non vi poggia direttamente a causa di una frangia decorativa fatta di volute e conchiglie che sembra pendere dal cornicione. Al centro della facciata principale, ad interrompere la sua sfarzosa teatralità barocca, Carmelo Battaglia Santangelo verso la fine del 700 inserì il maestoso portale ormai quasi neoclassico nella sua semplice linearità. La struttura interna dell’edificio appare estremamente simmetrica con i due vasti chiostri quadrati sui cui lati corrono lunghi corridoi che si intersecano tutti ortogonalmente e su cui si aprono le porte delle celle dei monaci e dei frati, dell’appartamento dell’abate e di quello del re, allineati sulle facciate esterne. I collegamenti verticali sono assicurati da numerose scale, tra cui la principale è il grande scalone a tenaglia di Girolamo Palazzotto, adorno di stucchi neoclassici.I chiostri [modifica]Il primo chiostro, quello di levante, è occupato da un folto giardino e circondato per intero di portici retti da pilastri ed archi a tutto sesto, con una terrazza continua soprastante. Essi furono inizialmente costruiti da Francesco Battaglia solo sul lato settentrionale a reggere il corridoio del Coro di notte al secondo piano. All’ingegnere Mario Musumeci furono affidati, nel XIX secolo, i lavori di completamento del chiostro di cui coprì con nuovi portici gli altri tre lati replicando quello esistente, risistemò i giardini e aggiunse al centro l’originale Caffeaos neogotico, decorato di maioliche variopinte.Il secondo chiostro o chiostro di marmo, a ponente, è il più antico e fu infatti costruito sulle rovine del monastero precedente, di cui sono riconoscibili alcuni tratti delle fondazioni cinquecentesche nei sotterranei. In origine non ospitava come l’altro chiostro un giardino, bensì un lastricato monumentale in ciottoli e pietra lavica di cui ancora si intravedono alcune parti sotto lo sterrato, mentre al centro sta ancora la grande fontana marmorea seicentesca. Ai lati sono addossati i portici sorretti da colonne di marmo bianco, anch’esse seicentesche ed appartenenti al primo impianto monastico, rimesse in opera nel settecento. In questa parte del monastero particolarmente interessante è la biblioteca universitaria ricavata negli immensi sotterranei del monastero dove, oltre ai resti delle fondazioni cinquecentesche, si possono ammirare, nella Emeroteca, i mosaici di un’antica domus romana, tra cui uno in pregiato opus sectile, rinvenuti durante gli scavi negli anni ottanta e riportati alla luce e restaurati di recente.Tra i due chiostri corre il cosiddetto corridoio dell’orologio, il più lungo dell’edificio, che unisce quest’ala del monastero, la parte privata, con quella di rappresentanza, dove si svolgeva la vita comune del cenobio. Nei progetti originari, questa nuova ala avrebbe dovuto presentare due chiostri speculari a quelli più antichi a sud della chiesa, ma con l’affidamento dei lavori di costruzione al Vaccarini a partire dal 1739, dopo che il Battaglia aveva già cominciato la costruzione del noviziato, il progetto fu notevolmente modificato. L’architetto palermitano prolungò il corridoio dell’orologio fino ai suo limiti ideali già tracciati, ma invece dei chiostri, ai due lati, costruì l’antirefettorio, i due refettori, le cucine, la grande biblioteca e il museo senza seguire alcuno schema simmetrico e ingegnandosi nella scelta di forme sempre diverse per ogni locale, concezione quanto mai barocca.Il refettorio grande [modifica]La costruzione del noviziato che, come dice lo stesso nome, ospitava i novizi del monastero, per lo più appartenenti alle migliori famiglie aristocratiche catanesi e siciliane, fu cominciata da Francesco Battaglia che riprodusse specularmente l’impianto dei due chiostri esistenti con il corridoio affacciato sul chiostro e le stanze dei novizi allineate sulla facciata esterna, ma la costruzione del grande refettorio sull’altro lato del corridoio da parte del Vaccarini modificò profondamente questa primitiva concezione sacrificando la simmetria alla grandiosità e allo sfarzo. L’antirefettorio è una ampia sala rotonda da cui si accede ai due refettori ed alle cucine; decorato da massicce colonne tuscanine binate, che reggono una spessa trabeazione e da statue di putti e di personificazioni delle virtù in stucco, è sormontato da una grande cupola riportata solo nel 1981 al suo livello originario; era stata infatti rialzata di cinque metri per ospitare la Specola dell’osservatorio astrofisico. Il refettorio presenta una forma allungata, un rettangolo con due semicerchi alle due estremità, e una volta altissima illuminata da numerose finestre, che fanno sembrare questo grande ambiente più una chiesa che un refettorio. Lungo tutto il perimetro della sala corre una sorta di marciapiede (come lo definì Federico de Roberto) dove erano collocati i tavoli dove i monaci consumavano i pasti. L’ampia volta fu affrescata al centro da Giovanni Battista Piparo, con una Gloria di San Benedetto, unica decorazione pittorica sopravvissuta della sala che per il resto oggi, sede dell’aula Santo Mazzarino della facoltà di lettere e filosofia dell’almo studio catanese, appare uniformemente bianca.

Oggi i locali del museo, della biblioteca e del refettorio piccolo sono occupati dalle Biblioteche Riunite Civica ed Ursino Recupero. Nate a partire dalle collezioni librarie benedettine confiscate nel 1866 a cui si aggiunsero le biblioteche delle altre congregazioni religiose catanesi che formarono la biblioteca comunale nel 1869. Ampliate negli anni seguenti soprattutto con il lascito del Barone Antonio Ursino Recupero nel 1925 essa oggi possiede più di 200.000 volumi oltre a manoscritti, pergamene, foto, stampe e periodici. Le antiche sale del museo, unite assieme da grandi arcate mistilinee furono edificate per ospitare le vaste collezioni d’arte dei monaci, poi passate al demanio, con cui fu creato il primo nucleo del museo civico, e trasferite negli anni trenta del XX secolo a Castello Ursino. Oggi vi sono le sale di lettura della biblioteca. Il refettorio piccolo è di forma ovale e sormontato da un’alta volta adorna di stucchi, ma l’ambiente certamente più grandioso è la vasta sala della biblioteca, detta sala Vaccarini, in onore del suo architetto, che sulla porta principale porta la data 1733; rettangolare, su due piani, rischiarata da grandi finestre ovali, con le alte scaffalature e il ballatoio in legno scolpito, il pavimento napoletano in maiolica e la volta affrescata da Giovanni Battista Piparo con il trionfo delle scienze e delle arti la sala è rimasta immutata dal settecento anche nella disposizione dei volumi, divisi per facoltà.